Schegge di Sciara, canto d’amore per la Sicilia. Il nuovo libro di Paolo Sessa

Esce per Maimone editore la nuova opera dello scrittore di Milo. “Quattro schegge che tessono l’essenza della storia e della cultura siciliana, che gravitano attorno al mito e alla conoscenza attraverso il mito”

La speranza si è fatta in quattro

di Sergio Mangiameli

schegge_sciara_sessa_21_10_2015Quattro canti, sono quelli che Paolo Sessa intona da Milo per la sua amata terra. Non solo Etna, anche se sono schegge di lava, anzi di sciàra – “Schegge di sciara, canto d’amore per la Sicilia”,  con prefazione/saggio di Marinella Fiume, è la sua nuova opera per i tipi di Giuseppe Maimone Editore.
Nella nota, in cui si diletta a spiegare la musicalità delle parole, l’autore confessa subito la voglia appassionata di queste schegge: “Poesia sonora, da dire e ridire a voce alta. Le schegge sono quelle aguzze e vitali della nostra lava, ma sono anche brandelli della memoria, voci che giungono da lontano e si uniscono al canto; sono le voci dei poeti che, a tutte le latitudini, hanno sempre cantato la vita”.

Ed è esattamente così, a sessantatré anni, l’ex professore di liceo scientifico, l’ex sindaco di Milo, Paolo Sessa è più che mai cantore di speranza, dando ragione a quel tale che sosteneva come la migliore letteratura si riveli solo al tramonto di una civiltà. Un canto forte e sussurrato, che si fa in quattro, appunto.
Il primo, di Polifemo e Aci, passione e dolore per Galatea, ragazza puledra, tra l’urlo e il pianto per un amore che cambia il destino e che mai sarà pago. Il secondo, dell’erba, “che il fuoco/ha lasciato ferita, ma viva”, che annuncia la vita dopo ogni eruzione della Montagna: “Per ogni albero morto/un altro ne nascerà dappresso/a recarvi frescura/e fare più allegra la terra”. Il terzo è nel mare, dove trova Colapesce e la sua solitudine d’amore: “E il canto dei pesci/farsi muto/silenzio/per un uomo/solo. Ci sarà mai nessuno/disposto a cantare/la mia pena?”. L’ultimo è ancora nel mare, è il grido di Abib in aprile, “il mese più crudele” (Secondo la tradizione ebraica – spiega Sessa nelle note del volume –, Abib è l’orzo maturo e anche il mese di Aprile, quando l’orzo è quasi pronto per la raccolta; nel sedicesimo giorno del mese, all’inizio del raccolto si offre in sacrificio a Dio il primo mazzo di spighe d’orzo), ed è sublime. E’ quell’inferno di migrazione umana dei nostri giorni, pianto più che cantato, usando parole che lasciano il segno: “Partiamo/in cerca di luce/ma la terra è lontana/e l’incerto orizzonte/appare sfumato/da un tenue indistinto/bagliore./Lasciamo la patria/i vecchi e le case,/qualcuno le donne,/i bambini,/senza la gioia/né l’orgoglio/ dei padri”.

E infine l’epilogo, il quinto canto non detto, la promessa dei morti a chi vive ancora. “Noi non siamo gli uomini vuoti”. C’è tutta una storia di umanità passata, ingombrante e minuscola, che è appollaiata sul sole e non smette di vedere tutto quel che succede. Sono “gli eredi del mito/conosciamo la strada/che porta al futuro”.  E’ quella storia infinita che non ci abbandonerà mai “finché le vostre speranze/avranno puntelli di sciara/staremo con voi,/a scaldarci allo stesso sole./ Così sia”.
Ha un solo difetto, questa piccola e tagliente pietra di lava: la sua fine. Se ne vorrebbe ancora, oggi più che mai, di una speranza cantata così.

(Paolo Sessa, “Schegge di Sciara, canto d’amore per la Sicilia”, Giuseppe Maimone editore, Catania 2015, Prefazione di Marinella Fiume, 89 pagg, 14,00 euro)

Quattro canti d’amore

Intervista di Sergio Mangiameli a Paolo Sessa

Paolo Sessa
Paolo Sessa

Come ti è venuta l’idea dei quattro canti d’amore?
Non credo ci sia stato un momento in cui mi sia venuta l’idea; credo sia stata sempre lì, dentro di me, e aspettasse semplicemente un’epifania, ma che non dipendeva da me. Il sottotitolo avrebbe potuto benissimo essere “Una Visione”, perché di questo si tratta, come chiaramente annuncia l’incipit: “Fu uno squarcio nell’azzurro del cielo/a mostrarmi un’isola fulgida d’oro,/scheggiata di verde e di nero”. C’è stato, quindi, un momento in cui più che venirmi l’idea, un’ossessione che avevo dentro senza saperlo coscientemente ha trovato i colori e la strada per uscire; ed è diventata poesia.

Perché sono quattro?
Perché sono quattro schegge che tessono l’essenza della storia e della cultura siciliana, che gravitano attorno al mito e alla conoscenza attraverso il mito (il mito come grimaldello contro l’ignoranza); ed ecco la Montagna di fuoco, Aci, Galatea, Ulisse, Polifemo, Vulcano, Tifeo, Encelado, Colapesce, i Fenici, gli Arabi, i Turchi, i migranti antichi e moderni, la disperazione di Abib, testimone doloroso di morti per acqua, la speranza dei migranti, e l’accoglienza-solidarietà che sta nel nostro DNA (la xenìa greca, come dice Marinella Fiume nella Prefazione).
Sono canti di amore e odio, riproducendo il poemetto l’indissolubile contraddittorietà della nostra Isola, una terra che amo disperatamente, ma alla quale non perdono l’indolenza dei suoi abitanti, una terra che è tutto e il contrario di tutto, che è il bianco candore dell’innocenza e il nero stupore del lutto.

Tu sei stato professore al liceo – e hai interloquito con i ragazzi per tanti anni -, poi sei stato anche sindaco di Milo – e hai avuto a che fare con i signori della politica. A chi vorresti cantare queste schegge, per ultimo?
Intanto, mi piace il termine “cantarle”, perché questa è poesia da cantare ad alta voce, seguendo ritmi e melodie che sono costruiti apposta per la voce, un poco com’era un tempo la poesia (penso alla Commedia di Dante o ai poemi omerici); vorrei cantare questo poema a tutti: vorrei fosse un atto di accusa per gli indolenti e per i pessimisti ad ogni costo, ai politici europei che cincischiano sul problema dell’accoglienza mentre la gente muore; vorrei fosse canto consolatore per i disperati aggrediti in mare aperto dalla tempesta, un invito ai siciliani, un incoraggiamento a guardare lontano, sostenuti dalla forza della tradizione e proiettati verso un auspicio per una terra migliore e, prima d’ogni cosa, più giusta.

Sei avolese, nato su terra bianca, cresciuto su monti d’Africa. Ma l’Etna è diventata per te condizione di vita, una scheggia di sciara di speranza infinita. Perché? Puoi descrivere con tre aggettivi, questo vulcano?
Quante volte, pensando alla mia Avola, mi sono sentito a disagio, come se avessi dimenticato presto e accettato di barattare una patria per un’altra! Prima o poi dovrò disobbligarmi per questo tradimento, ma non è ancora giunto il momento: alla fine la nuova patria non mi ha accolto come uno straniero: mi sento (specialmente dopo 40 anni) a casa mia e l’Etna era già dentro di me prima ancora che sapessi della sua esistenza: una cosa mi ha sempre affascinato prepotentemente, l’immagine della sciara innevata, con le schegge nere che fanno qua e là capolino nel mare di candore della neve. E’ l’immagine della Sicilia e dei suoi eterni contrasti. Tre aggettivi: maestosa, seducente, terribile; i romantici avevano inventato una sola parola per dire tutto questo: sublime. Al fuoco dell’Etna e alla vita che vi si contrappone, ho dedicato una scheggia nel Canto secondo: Il Canto dell’Erba, dell’erba “che il fuoco/ha lasciato ferita, ma viva”, dell’erba che “si fa sinfonia”, dell’erba che, dopo il fuoco distruttore, “annuncia la vita”. E’ questa quella che tu chiami “speranza infinita”.

Chiudi la tua opera dando parola, e sostanza, ai morti. Qual è il tuo rapporto con la signora in nero?
Fra tutti i modi del dire, la promessa è l’atto che maggiormente si proietta verso il futuro: è un impegno, è la parola che si fa progetto e azione; è questo il tema dell’Epilogo La Promessa dei morti. Capovolgendo l’amaro assunto di Eliot dell’uomo-fantoccio svuotato di ogni speranza (“Noi siamo gli uomini vuoti”), l’Epilogo di Schegge assume disperatamente su di sé la volontà (persino irrazionale) di continuare ad essere protagonisti della Storia: anche i morti sono qui con noi, esercito di fantasmi che riprendono a vivere in carne ed ossa per un progetto di bene.
Il mio rapporto con la signora? Non ci ho mai pensato! Scherzo. Un poco mi angoscia, ho ancora un casino di cose da fare. Poi guardo le mie nipotine e capisco che bisognerà pure scendere da questo palcoscenico: la commedia prima o poi finisce e il nuovo allestimento richiederà giovani forze. Beh! In questo caso, amico mio, sotto a chi tocca. L’angoscia più grande non dovrebbe essere morire, ma vivere come se fossimo morti.

Biografia

Paolo Sessa è nato ad Avola (SR) nel 1950, ha studiato in Italia e all’estero, e vive a Milo, sull’Etna, da oltre 30 anni. Laureato in Lingue e letterature straniere ha insegnato per anni letterature nei Licei dove ha diretto fino a qualche anno fa laboratori di teatro e tenuto corsi di lettura espressiva. Fra il 1985 e il 1992 è stato direttore editoriale dei periodici “Etna Territorio” ed “Eolo”, pubblicate dalla casa editrice Maimone, della quale è consulente editoriale. Attualmente, per ragioni di studio, divide il suo tempo fra Milo e Padova. I suoi interessi spaziano dalla storia siciliana, alla letteratura, alla linguistica applicata. Nel 2014, all’interno di un Progetto Pilota dell’editrice Maimone, patrocinato dal Ministero della Salute, è stato invitato a tenere una serie di lectures sulle caratteristiche della voce materna e sulla sua influenza sul nascituro.

Alcuni suoi lavori sono:
– Il vino e la letteratura (in “La Sicilia del vino”, Maimone, Catania, 2003) – saggistica
– Viaggio nella storia di una comunità (Lussografica, Caltanissetta, 2005) – saggistica
– Il collezionista di immagini – Saggio/romanzo su memoria e immagini (Maimone, Catania, 2012) – narrativa
– Influenza della voce materna sul nascituro (Maimone, Catania, 2014) – saggistica
– Specchio delle mie trame (Giovane Holden, 2014) – narrativa
– Schegge di sciara, canto d’amore per la Sicilia (Maimone, 2015) – poesia
– Suoni e voci nella Commedia di Dante (Società Editrice Dante Alighieri, in corso di stampa) – saggistica
– La voce della scrittura (in fase di stesura definitiva) – saggistica

Sergio Mangiameli è del ’64, geologo, giornalista pubblicista, interprete naturalistico, vive sull’Etna. Ha pubblicato i racconti “Dall’ulivo alla luna” (Prova d’Autore, 1996) e “Rua di Mezzo sessantasei” (Il Filo, 2008), i romanzi “Aspettando la prima neve” (Rune, 2009), “Dietro a una piuma bianca” (Puntoacapo, 2010), “Sul bordo” (Puntoacapo, 2013), “Come la terra” (Villaggio Maori, 2015, che ha partecipato a MontagnaLibri 2016 del Trento Film Festival), “Quasi inverno” (A&B Editrice, 2018), "La nevicata perfetta" (A&B Editrice, 2020). Ha scritto i testi di “MicroNaturArt – voci dal microcosmo” (Arianna, 2014), esperimento letterario di fotografia scientifica; i racconti di “Ventiquattr’ore – fotografie di finestre e parole intorno” (Puntoacapo, 2016), i cui scatti sono di Lino Cirrincione; e, assieme al vulcanologo Salvo Caffo, “Etna patrimonio dell’umanità, manuale raccontato di vulcanologia e itinerari” (Giuseppe Maimone Editore, 2016), con le illustrazioni di Riccardo La Spina. Ha scritto i testi dei film corti “La corsa mia” e “Idda”, e i monologhi “Questa storia” e “Il gioco infinito”, visibili entrambi su YouTube. Sul portale web Etnalife, scrive racconti etnei per la rubrica letteraria “Storie dell’altro mondo”. “La piuma bianca” è il suo blog sul magazine online SicilyMag. L’esperimento nuovo è “Le colate raccontate” – vulcanologia storica dell’Etna e narrativa surreale insieme, tra esattezza scientifica e finzione letteraria in racconti –, portato in scena col vulcanologo Stefano Branca.