Perché l’Etna non si può vietare

Il tavolo tecnico su Etnalibera del 2 ottobre 2015
Il tavolo tecnico su Etnalibera del 2 ottobre 2015

Dopo la prima riunione del tavolo tecnico sull’apertura della vetta dell’Etna al libero escursionismo, Giuseppe Riggio affida a Etnalife le sue considerazioni

di Giuseppe Riggio
Giuseppe Riggio
Giuseppe Riggio

Di tanto in tanto qualcuno decide che è opportuno vietare l’Etna. E’ un fenomeno carsico. Si inabissa, per qualche tempo non se ne parla più, poi all’improvviso riemerge fragorosamente. Accadeva nel passato, ancora peggio adesso nell’epoca in cui ci siamo abituati all’idea che ogni cosa possa essere “messa in sicurezza”.
Già l’espressione – tanto in voga di questi tempi– merita un approfondimento. E’ bene infatti ricordare che solo da qualche decennio si è diffusa massicciamente l’idea che la vita debba scorrere entro delle barriere di protezione. Dei guard-rail che ci consentano di vivere più a lungo e di non correre molti rischi. Prima non era così. E forse non è a tutti evidente che l’obiettivo teorico della “messa in sicurezza” non è affare da poco. Significa adottare normative che obbligano a prevenire i rischi ponendo a carico delle imprese e dei cittadini una serie di comportamenti e di misure precauzionali. Sono regole che hanno dei costi ovviamente ingenti. Basti pensare alle precauzioni da adottare nei luoghi di lavoro o nei locali pubblici. Da qualche tempo, ad esempio, vengono sostituiti ed innalzate le barriere di protezioni sulle strade per evitare che le automobili – evidentemente lanciate a forte velocità – possano finire nelle scarpate.

Nelle nazioni avanzate (anche se in maniera a volte differenziata) si ritiene che certe misure di sicurezza possano essere sostenute dalla collettività e dai singoli. Non sappiamo però per quanto tempo questo sarà ancora possibile. Per tornare all’esempio precedente ci si può chiedere: è opportuno continuare ad investire sull’altezza dei guard rail di protezione (a tutela di chi infrange i limiti di velocità) o forse sarebbe meglio tornare ad operare la manutenzione dei manti stradali e delle infrastrutture viarie essenziali?
Al di la di queste considerazioni generali, estendere la regola della “messa in sicurezza” agli ambienti naturali diventa impresa del tutto irrazionale. Vietare l’Etna a cosa può servire? Sostanzialmente a proteggere il funzionario pubblico da accuse di tipo giudiziario in caso di incidenti. A null’altro. Tutti sanno che il rischio nell’ambiente naturale non può essere annullato. Si può (e si devono)  fornire tutte le informazioni disponibili agli escursionisti per consentire di avvicinarsi al vulcano in maniera consapevole. In una sala operatoria si debbono applicare delle procedure che consentano la messa in sicurezza della struttura, ma alla fine il paziente dovrà comunque firmare una dichiarazione nel quale conferma di essere stato informato sui possibili rischi derivanti dall’operazione chirurgica. Figuriamoci sull’Etna dove resta comunque l’imprevedibilità tipica di un vulcano attivo e dove si va quasi esclusivamente e liberamente per godere di uno spettacolo naturale.

Il divieto è un modo per rimuovere apparentemente il problema, oltretutto sapendo che il flusso informativo al turista sul nostro vulcano è ancora scandalosamente modesto. La Protezione civile si occupi di informare i visitatori dei possibili rischi e metta in piedi delle procedure per consentire una ordinata fruizione in caso di attività effusive o esplosive. Assicuri delle procedure serie di divulgazione delle notizie e degli eventuali stati di allerta. Ma smettiamola con la presa in giro dei divieti, che tanto – come tutti sanno – vengono regolarmente violati. Un po’ come certe strade provinciali che vengono ufficialmente chiuse al traffico quando c’è un muro pericolante, anche se tutti continuano a percorrerle regolarmente.
Basta con provvedimenti che fanno male all’economia e ledono i diritti dei liberi cittadini senza aumentare realmente il livello della sicurezza.
Senza dimenticare che un provvedimento di divieto che può essere aggirato pagando il servizio delle guide (circa 80 euro a persona durante la scorsa estate) ingenera una disparità inaccettabile tra i cittadini: la presunta condizione di “messa in sicurezza” dipende dalla capacità di pagare un servizio prestato da privati professionisti. Se non puoi pagare non puoi ammirare il vulcano.

Lo Stato-dipartimento di Protezione civile certifica che se sei in grado di sborsare una cifra non indifferente il tuo rischio si riduce ad un livello accettabile, altrimenti non hai diritto a godere della montagna più conosciuta e affascinante che abbiamo in Sicilia.
Per evitare questa odiosa disparità le stesse guide aderenti all’AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane) hanno voluto sottoscrivere il manifesto di Etnalibera, proprio perché desiderano che i turisti scelgano la qualità del servizio prestato dalle guide alpine e vulcanologiche senza dover sottostare ad un odioso ricatto imposto dal regolamento di protezione civile.
Qualcuno ha accusato i componenti del Comitato Etnalibera di essere dei “Rambo”. Nulla di più lontano dalla realtà. Ci ispiriamo (Giuseppe Riggio è portavoce del Comitato insieme a Sergio Mangiameli n.d.r.) ai centinaia di illustri viaggiatori che nei secoli hanno lasciato indimenticabili resoconti delle loro ascensioni sull’Etna. Ci piace difendere la libertà dei montanari che vanno sulle cime coscienti dei pericoli che corrono e quella dei normali escursionisti che debbono essere informati ed avvisati, ma non scacciati.

(14 ottobre 2015)

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