La Culòruva

A mia madre e alla zia Anna,
mie prime maestre,
che mi hanno aiutato
a ricostruire la storia.

colubro_11_07_2015Culòruva, Culòrva, culòvria, culòrba è il nome che nelle diverse zone della Sicilia assume un rettile mostruoso e mitico, di dimensioni eccezionali, protagonista di una serie di leggende o “cunta” che fioriscono in tutta l’isola.
Secondo alcuni, l’etimologia del nome deriverebbe dal latino “colubrum”, serpente, e la “culòrva” non sarebbe altro che il colubro lucertino, altri favoleggiano di una derivazione del nome dalla radice araba “Kul”, più il siciliano “orivu”, “orvu”, “orbu” che significa orbo, da cui la diceria che il mostro demoniaco sia cieco, perciò esce la notte e sfugge alla vista degli uomini, nascondendosi e non lasciando traccia di sé e che il suo corpo non abbia ombra. Incontrarne lo sguardo cieco è il terrore dei contadini, poiché, come tutti sanno, il malcapitato viene trasformato in statua di sale o di pietra. La culòruva abita presso sorgenti, laghetti, ruscelli e fiumare, le cui acque custodisce, conduce vita semiacquatica e si rintana tra le canne lacustri o nelle grotte, dove sta a guardia di  segreti tesori e attraverso cui può comunicare con l’aldilà.
Nel corso della lunga storia che va dalla creazione del mondo, perché la culòruva è il più antico degli animali preistorici, è apparsa agli uomini, più propriamente ai contadini, molte volte, e altrettante volte è stata smentita la sua apparizione.

Sotto il ponte della contrada di Bummieddu, in territorio dell’ aristocratica e barocca città di Noto, sulla trazzera che porta all’agglomerato delle quattro case dei contadini, scorre un fiumiciattolo. La trazzera è passaggio obbligato dei contadini che, al calar della sera, tornano a casa dal lavoro nei campi. Il gabelloto di nome Currào ha  diffuso ai quattro venti la voce che proprio lì e proprio a quell’ora appare la culòruva,   pronta a colpire all’improvviso. La notizia si è sparsa per le masserie, dove, per un lungo periodo, non si parla d’altro. Tutti hanno paura, ma tanti anche  una grande curiosità di vederla. Currào  si prende gioco della creduloneria dei contadini e gode del loro terrore ogni volta che, al calar della sera, devono attraversare quel ponte, anzi rincara sempre più la dose, raccontando che, se qualcuno incontra lo sguardo cieco della culòruva, viene tramutato in una statua di sale.
Le donne e i bambini sono atterriti, la moglie di massaro Jano sembra letteralmente impazzita per la paura, e il contadino è costretto a lasciare il lavoro e a trasferire la famiglia in città

La notizia si sparge anche nella vicina città di Noto, capovalle all’epoca dei Borboni in cui si svolge il racconto. Un giovane netino astuto e spavaldo, di nome Uzzo, decide di andare in campagna dal gabelloto perché  la cosa gli puzza assai.  Gli si presenta e gli dice: – Massaro Currào, se mi fate vedere la culòruva, vi do tutti i soldi che volete.
Currào ci sta, concordano la somma e stabiliscono il giorno, ma che dico? la sera esatta dell’appuntamento con l’immane serpe mostruosa. Ma né quella sera, né le successive gli appostamenti presso il ponticello raggiungono il risultato promesso: della culòruva nemmeno l’ombra e nessun segno delle  sue tracce sui luoghi.
Non ci vuole molto tempo perché  Uzzu capisca di essere stato gabbato da Currào e lo minaccia di farlo arrestare e di farlo comparire  di fronte ai giudici.
Allora il gabelloto è costretto a confessare che la culòruva era frutto della sua fantasia per impaurire i contadini e spillare soldi ai curiosi.
A nulla, perciò, potè la furberia del rustico Currào contro la perspicacia dello spavaldo cittadino

Ma in molti il dubbio rimane ancora e a tutt’oggi i contadini di Bummieddu vanno raccontando la favola della culòruva e attraversano il ponte, a sera, non senza qualche apprensione.
Questa versione “cittadina” del racconto è quella che, nella mia prima infanzia, raccontava la nonna materna quando, negli anni Cinquanta, la corriera ci lasciava poco prima di quel ponte che attraversavamo per raggiungere la masseria dove era ospitata la scuola nella quale mia zia insegnava.
Ma anche noi attraversavamo il ponte non senza apprensione.

Marinella Fiume

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