Etnalibera: “Valgono di più le sciagure potenziali sull’Etna o quelle reali dell’arco alpino?”

Un momento del tavolo tecnico del 2 ottobre 2015
Un momento del tavolo tecnico del 2 ottobre 2015

Dopo la prima riunione del tavolo tecnico sull’apertura della vetta dell’Etna al libero escursionismo, Sergio Mangiameli affida a Etnalife le sue considerazioni

di Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli

Chiariamo subito un punto. Il documento che regola l’accesso alle quote sommitali dell’Etna non è una legge regionale, e neanche un regolamento a tutti gli effetti. È un semplice accordo, sottoscritto dalle parti nel 2013, come lo stesso Alleruzzo, responsabile della Protezione Civile per il rischio vulcanico etneo, ha sottolineato. Questo significa non solo che il soggetto finale, il Prefetto, se volesse, potrebbe scegliere direttamente la propria azione, senza aspettare il bollettino della Protezione Civile Nazionale (prova ne è che nella riunione del 1° agosto 2014 in Prefettura, tutti i convocati – tra i quali il sottoscritto come presidente di Piuma Bianca – hanno potuto assistere alla domanda chiave, alla quale nessun vulcanologo vorrebbe mai rispondere. Il Prefetto Federico: “Allora, dottoressa Corsaro*, la possiamo riaprire la Valle del Bove?” – era ancora vietata da metà febbraio).
Questo significa anche che, come per qualsiasi accordo di questo mondo, quando un solo soggetto tra le parti in causa non si ritrova più, l’accordo dovrebbe saltare.

Chiariamo un altro punto. La Protezione Civile usa a denti stretti e a testa bassa il refrain che il suo ruolo è quello di garantire la sicurezza dei cittadini sul territorio. Cioè, intervenire con divieti dove è documentato un rischio, quantificabile in numero storico di vittime annue. Ci si aspetta dunque, che il numero dei morti sull’Etna sia stato maggiore che in altre montagne d’Italia. Invece è l’opposto in proporzione abissale e, da parte della Protezione Civile, non esiste un riconosciuto rischio-valanghe per nessuna montagna d’Italia. Basta entrare nel sito per verificare.
Lasciamo stare qui il principio di transito libero secondo un articolo della Costituzione. Lasciamo perdere discorsi etici, culturali, e turistico-economici. Lasciamo al loro posto le Guide Vulcanologiche, sedute per lunghi periodi all’anno senza poter mettere in pratica la  professione alla quale sono state formate proprio dalla Regione.

E facciamoci questa domanda: valgono di più i morti potenziali sull’Etna che quelli reali, a centinaia ogni anno, dell’arco alpino? Certamente no. Allora, qual è il principio per il quale si interviene in un modo così ostativo, se non quello di deresponsabilizzarsi nel momento stesso in cui si diventa fondamentali nella procedura condivisa? Peraltro, senza la garanzia di controlli precisi nell’area interessata, per via dell’impossibilità morfologica di bloccare gli escursionisti che decidono di proseguire oltre i divieti.Mentre ci siamo, chiariamo un altro punto. Si dà il caso che questa nostra Muntagna sia stata riconosciuta dall’Unesco come bene naturale patrimonio dell’umanità, proprio per le sue caratteristiche geologiche di vulcano attivo. Si dà sempre il caso che l’Etna sia il luogo siciliano maggiormente visitato, quello che conta più presenze giornaliere di tutta l’isola, battendo la Valle dei Templi, Siracusa, Taormina, Cefalù… Non è un solo caso, quello del turista che arriva da molto, molto lontano e si vede l’alt giusto quando c’è un’eruzione, cioè proprio l’aspetto che attira di più. Non è successo una volta sola, che la gente etnea abbia avuto il passo sbarrato per godere del primo spettacolo del mondo in scena tuttavia da sempre nella propria terra. E attenzione: non è affatto scontato che l’Unesco non ritiri la medaglia, così come è avvenuto per altri siti, come la città tedesca di Dresda.

Un’altra cosa non da poco – soprattutto perché siamo sempre al di sotto del quarantesimo parallelo – è quel sodalizio civico che ha sollevato la questione. La nascita del Comitato Etnalibera, fatto da diverse associazioni, appassionati montanari, siti d’informazione, che ha raccolto un migliaio di sostenitori e firme trasversali di importanti personaggi catanesi, è dovuta proprio alla risposta di un anno fa, del Prefetto di Catania: “Non importa che il Monte Bianco sia libero, qui esiste un documento condiviso e fin quando è valido, io sono tenuta a osservarlo”.
Benissimo, ci siamo detti – perché chi scrive fa parte del Comitato –, proviamo a vedere quanti siamo con l’idea di cambiare le regole. E’ stato redatto, a fatica e perdendo con dispiacere qualche pezzo autorevole, un documento-proposta, elaborato con la massima cura possibile: non escludendo in primo luogo nessun attore di quelli che oggi si trovano interessati. Il documento (di modifica dell’attuale) ha avuto la condivisione integrale da parte del Parco dell’Etna, due interrogazioni all’ARS e altre due al parlamento nazionale, e la condivisione di numerosi sindaci etnei.
La prima riunione operativa convocata dalla presidenza del Parco, con tutti i soggetti, sarebbe dovuta essere la piattaforma tecnica e politica di partenza per un dialogo possibile per una modifica sostanziale agli accordi, secondo lo spirito di condivisione democratica, pur portando con sé la denuncia manifesta che l’attuale documento non funziona.

Non è stato così, invece, e il 2 ottobre 2015 rimarrà nella storia ristretta della nostra Muntagna come una giornata di scontro, con la macchia di chiusura manifestata dalla Protezione Civile Regionale, che ha volutamente scelto l’attacco ai sindaci (rei di non avere redatto i piani comunali di protezione civile; come se con questi documenti pronti i divieti d’accesso sparirebbero) e alle guide (con l’accusa di curare solamente i propri interessi; vai a spiegare al turista che non c’è nessun accordo mafioso tra guide e istituzioni, se è obbligato a esser accompagnato a pagamento, anche in condizioni di criticità ordinaria), portando poi il vassoio del loro impegno verso lo spostamento del centro di responsabilità da Roma a Palermo (cosa sposta questo insignificante dettaglio al turista, escursionista, appassionato, se non cambiano le regole e i divieti rimangono?) e la possibilità di rivedere le soglie dei parametri di monitoraggio per arrivare a dei livelli di allerta allerta (forse simili a quella del meteo, ma sempre con i divieti?). Questo, per girare l’attenzione su altro che non fosse proprio il documento-proposta del Comitato, con un’opposizione a spada tratta, che alla fine ha la sua ragion d’essere, anche a costo di far apparire chi la ostenta come uno squadrone miliziano da combattimento.

E il motivo, come spesso accade, può esser quello dettato dalla paura della perdita del ruolo d’importanza, che deve essere difeso con le unghie e con i denti contro chiunque osi metterlo appena in discussione. Viene da chiedersi se prima di sedersi al tavolo tecnico, i rappresentanti della Protezione Civile Regionale avessero davvero letto il documento-proposta.
Con l’amara constatazione di assenza dell’assessore regionale al territorio Croce, invitato all’incontro dal Parco e atteso invano, a mettere ordine a queste focose rivendicazioni in famiglia, potrebbe essere l’adulto parlamentare, quel deputato regionale o nazionale (o magari più di uno) che ha già sposato pubblicamente la questione Etnalibera, se farà sentire con autorevolezza la propria presenza al prossimo incontro preannunciato dal Parco. Occorre adesso e più che mai una figura forte e decisionista, che manifesti voglia di ascolto della gran parte dei soggetti coinvolti e soprattutto dia seguito all’impegno preso nei confronti del Comitato, specchio della società civile.
Pensare che invece si vada avanti senza la Protezione Civile, sarebbe certamente possibile, ma significherebbe aprire una frattura istituzionale. Cosa che nessuno sta dimostrando di desiderare, nemmeno questo Prefetto.

* Rosanna Corsaro, responsabile monitoraggio vulcanico dell’INGV di Catania (ndr)

(6 ottobre 2015)

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