Etna, la balla dell’esclusione dall’Unesco

© www.pietronicosia.it
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Superare l’attuale modello incentrato sul Parco dell’Etna per la creazione di un Comitato di Gestione. È la proposta del Direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini. Ma il modello dei parchi resta, ancora, l’unico spendibile

di Sergio Mangiameli e Pietro Nicosia

Ventuno giugno 2013. Una data che l’Etna e il suo popolo non dimenticheranno mai, una data in cui si concretizza quello che, prima di allora, non era altro che un sogno inebriante e lontano e che la sua, per certi versi inaspettata, realizzazione ha reso il cammino aspro come una lava aa. Ventuno giugno 2013, l’Etna viene iscritto nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco (World Heritage List) e nulla sarebbe stato più come prima.
Chi si accosta al dibattito attuale sui destini della prima area protetta siciliana potrebbe credere che, oggi, tutto ruoti attorno ad una domanda: l’Etna riuscirà a rimanere nella lista? Tuttavia, non è così.

Etna e Unesco, una vittoria che, come spesso accade, ha molti padri, ma anche molte soluzioni, spesso effimere come i post dei social. Non c’è dubbio che, oggi, tanti si esercitino nell’arte oratoria parlando dell’Etna, spesso male, e spesso solo per mire e speculazioni politiche, perché la terra del mito suscita sempre grande attenzione e la citazione nei pastoni dei giornali e nei post dei social.
I destini della terra del mito, ahinoi, costretti a sottostare alle mire di signori che nulla hanno a che fare col il vulcano, con la sua storia, con la sua fruizione, e che spesso lo conoscono solo per un caffè domenicale al rifugio, rimanendone sostanzialmente distanti fisicamente e idealmente. È quel che sembra stia accadendo anche in questi giorni nei quali il dibattito ha ripreso vigore, alimentato dalle solite proposte di soluzioni facili e impossibili.

L’inserimento nella World Heritage List riguarda le eccezionali caratteristiche geologiche e di biodiversità. Una parte, ossia la Zona A di riserva integrale del Parco dell’Etna, poco più di 19mila ettari in cui ricadono fette territoriali di 14 Comuni, che fanno parte del Consiglio del Parco (in totale sono 20), istituzione che da sola ha portato avanti l’iter di assegnazione fino alla targa finale.
Adesso il Direttore della Fondazione Unesco Sicilia, Aurelio Angelini, invoca la creazione di un nuovo organismo, pena il possibile ritiro del riconoscimento stesso con uscita dell’Etna dalla lista, rottamando l’attuale modello, incentrato sul Parco, per puntare su infrastrutture e servizi – c’è da chiedersi quanto in armonia con l’Unesco – con il coinvolgimento dell’Università e della Città di Catania, che al momento non ha alcun titolo per entrare nella gestione.

Le considerazioni che facciamo sono queste. La Zona A del Parco dell’Etna è in gran parte recintata ed è di proprietà del Dipartimento Regionale Azienda Foreste Demaniali, dove l’attività principale che può fare l’uomo è la custodia del patrimonio naturale di straordinario valore ambientale. Questa zona si trova molto in quota o in aree abbastanza remote dai centri urbani, e sono anche queste le ragioni che hanno concorso alla preservazione delle eccezionali doti di biodiversità. Arrivare in zona Unesco deve essere un’esperienza naturale, a piedi, con gli sci da escursionismo o da skialp o in mountain-bike. L’unico ente istituzionale che per statuto riesce a rispondere a queste esigenze di umana cultura è il Parco Regionale dell’Etna, che esiste già da quasi trent’anni. All’interno del Parco, c’è un organismo che si chiama Consiglio, in cui ogni sindaco dei 20 Comuni facenti parte del Parco stesso, ha potere decisionale. Dunque, di gestione. Allora, la soluzione è molto semplice. Se la conditio sine qua non è la messa in atto del Comitato di gestione, il Comitato di gestione c’è già.

Non c’è alcun motivo di togliere la vocazione naturalistica per passare a una imprenditoriale su un’area che non lo consente per legge. Non c’è pertinenza territoriale né alcuna competenza tecnica specifica, rispettivamente nei soggetti Città di Catania e Università.
Se una cosa va fatta, è quella di rendere pienamente operativo il Parco dell’Etna, dotarlo di mezzi e personale, risorse e poteri di gestione specifici (immondizia, vigilanza e controllo etc.), e non lasciare che i destini siano legati, come una zattera di salvataggio, al ticket sulle aree protette, perché così significa farlo affondare.
Non c’è alcuna correlazione tra la paventata strappata di petto della medaglia, adesso, con la consegna della stessa medaglia, avvenuta tre anni fa: si è data per l’integralità naturale conservata, si toglierebbe perché non ci sono servizi.

E allora vengono in mente due domande:
1) Se l’economia del turismo è fondamentale in un sito naturale Unesco, perché Angelini si esprime soltanto adesso? Perché un anno fa non ha sostenuto la nascita del Comitato Etnalibera – che conta un migliaio di firme e ha pubblicato la sua proposta –, che si batte ancora per la garanzia di una libera e informata fruizione delle zone sommitali, proprio in zona Unesco, che sarebbe un fattore economico rilevante?
2) Che sia un pretesto politico di lotta al potere con la creazione di un nuovo carrozzone?

Ma l’Etna rischia davvero di uscire dalla World Heritage List? Risponde Agata Puglisi, dirigente del Parco e responsabile del team Unesco: «Non abbiamo nessuna criticità con l’Unesco o con il Ministero al momento. Abbiamo superato brillantemente la revisione Unesco e anche un successivo controllo».
Ma Angelini questo non lo sa? O forse l’obiettivo è quello di dare un colpo di spugna ad un modello, quello dei parchi, che ha di certo le sue criticità, ma che rimane l’unico possibile per un’area a vocazione naturalistica e geologica?
Cosa ne pensa, infine, della proposta Angelini l’attuale numero uno del Parco dell’Etna, la Presidente Marisa Mazzaglia? Glielo abbiamo chiesto: «A scanso di equivoci – dice Mazzaglia – è bene chiarire che il piano di gestione del sito Unesco è stato approntato e presentato alla commissione già tre anni fa, altrimenti la candidatura dell’Etna non sarebbe stata possibile. È il piano di gestione dei siti SIC esteso all’intera Zona A».
Angelini se ne faccia una ragione.

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