Capire la sismogenesi dall’analisi dei forti terremoti italiani del passato: i risultati di trent’anni di studi

Uno studio multidisciplinare durato oltre 30 anni e basato sul grande patrimonio italiano di dati di sismologia storica ha consentito a un team di ricercatori dell’INGV di elaborare modelli di sorgente dei più grandi terremoti che hanno colpito il nostro territorio negli ultimi sei secoli. Un’ampia sintesi recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Tectonophysics analizza i progressi ottenuti, spaziando dal grande terremoto del 1456 ai terremoti della prima metà del Novecento

Dimostrare che con i dati della sismologia storica si può fare molto di più che ricavare i parametri essenziali di un terremoto, ovvero epicentro, intensità epicentrale e magnitudo: nei dati storici, infatti, purché forniti in maniera analitica come avviene nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI), si nascondono informazioni cruciali per comprendere le caratteristiche dei grandi terremoti del passato. È l’obiettivo del lavoro dei ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che hanno recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Tectonophysics” il lavoro “From Historical Seismology to seismogenic source models, 20 years on: excerpts from the Italian experience”.

 “L’articolo appena pubblicato” spiega Gianluca Valensise, Dirigente di Ricerca dell’INGV e coautore della pubblicazione, “riassume i risultati conseguiti nell’arco di oltre trent’anni nello studio delle caratteristiche della sorgente dei forti terremoti italiani del passato: i quali, ricordo, sono rari, e come tali forniscono informazioni uniche per caratterizzare la sismicità della penisola. I dati della sismologia storica ci permettono di comprendere se il terremoto avvenuto era semplice o complesso, assegnare il terremoto a una faglia sismogenetica nota o ancora ignota, capire l’eventuale direttività della rottura, caratterizzare gli eventuali effetti di amplificazione locale e molto altro”.

Il lavoro si muove in sintonia con l’evoluzione del Catalogo dei Forti Terremoti in Italia e intende stimolare i lettori sulle possibilità che i dati storici offrono, se letti nell’ottica giusta.

“L’interpretazione del quadro storico, macrosismico e strumentale”, prosegue Gianluca Valensise, “è stata effettuata alla luce delle conoscenze sulla sismogenesi dell’area in cui il terremoto è avvenuto, al fine di completare e migliorare un modello di occorrenza e ricorrenza degli eventi sismici in quell’area. L’articolo procede facendo riferimento a esempi nei quali, oltre al dato storico, di volta vengono interpellate la sismologia strumentale, la sismotettonica, l’ingegneria sismica e persino la geodesia, in un tentativo di completare in un ampio quadro multidisciplinare l’inevitabile frammentarietà dei dati che riguardano i forti terremoti del passato”.

L’arco cronologico coperto parte dagli eventi del 1456, la più importante sequenza sismica nota in Italia, e arriva ai terremoti della prima metà del Novecento, come quelli del 1908 nello Stretto di Messina e del 1915 nella Marsica.

“I prossimi passi”, conclude Gianluca Valensise, “riguarderanno soprattutto l’analisi della complessità delle sequenze sismiche storiche, essendo ormai accertato che la maggioranza dei terremoti italiani avvengono con scosse multiple che possono o meno apparire come tali nel caso degli eventi più antichi. Per questa ragione nel proseguimento dell’attività ci avvarremo ancora della collaborazione dei colleghi autori del Catalogo dei Forti Terremoti (CFTI). Il tema è di grande interesse perché l’obiettivo è quello di stabilire la probabilità con cui un forte terremoto verrà seguito da altre scosse di dimensione confrontabile, dando luogo quindi a una sequenza complessa”.

Figura 1Evoluzione delle conoscenze ottenute sulla sismogenesi dell’Italia centrale e meridionale lungo un arco di oltre un secolo. L’immagine parte dallo schema proposto da Omori (1909; a sinistra) e arriva all’ultima versione del Database of Individual Seismogenic Sources (DISS; a destra) v, 3.2.1., passando per due elaborazioni intermedie (al centro): nella prima (Pantosti e Valensise, 1988) veniva delineata la Faglia Sud- Appenninica, un modello di segmentazione molto semplificato, mentre nella seconda (Valensise e Pantosti, 2001) lo stesso schema veniva reso più dettagliato e veniva corredato dai dati paleosismologici. I dati storici sono l’ingrediente fondamentale del ragionamento di Omori, rappresentano un elemento centrale ma non esclusivo nelle elaborazioni intermedie, e costituiscono solo un template su cui impostare ricerca geologica, sismologica e geofisica nella versione più matura del DISS.


Figura 2 Schema geologico dell’area costiera tra Rimini e Ancona. L’immagine mostra la sorgente sismogenica di Senigallia (rettangolo rosso), ritenuta responsabile del terremoto di Senigallia del 30 ottobre 1930, e altre sorgenti sismogeniche dal database DISS (riquadri neri), tra cui: 1) Pesaro San Bartolo; 2) Fano Ardizio; 3) Mondolfo; 4) Conero offshore (da DISS Working Group, 2018; http://diss.rm.ingv.it/diss/). Un rettangolo blu mostra la sorgente macrosismica ottenuta a partire dai soli dati macrosismici disponibili per il terremoto del 1930. L’anticlinale costiera e i fronti compressivi sono mostrati rispettivamente in bianco e marrone (da Bigi et al., 1992). Le isolinee in nero mostrano l’area di sollevamento e subsidenza cosismici attesi a seguito del movimento della faglia inversa cieca ipotizzata come responsabile del terremoto del 1930. Nell’immagine in altro a destra è mostrato il meccanismo focale ottenuto da dati strumentali con il piano di rottura preferito (linea nera spessa).

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