Al CAI di Acireale, incontro sulle “piante scaramantiche” dell'Etna

Per “I Venerdì del CAI” incontro sul tema “Piante selvatiche scaramantiche dell’Etna: miti, leggende e credenze popolari” a cura di Elisa Coppola
Venerdì 6 Dicembre, ore 21, CAI di AcirealeVia Dafnica 26

Le piante selvatiche dell’Etna sono parte di un patrimonio storico–culturale che appartiene a un passato quasi dimenticato, la cui valenza etno-antropologica riflette le tradizioni popolari della comunità etnea alle quali essa risulta particolarmente radicata, divenute nella notte dei tempi oggetto di miti, di leggende e di credenze popolari, frutto della fantasia dell’uomo.

Tra gli usi popolari più diffusi, per esempio, le piante selvatiche commestibili hanno avuto un ruolo predominante, particolarmente nei periodi durante i dopoguerra, un efficace mezzo di sopravvivenza sia per gli uomini che per gli animali di allevamento. Ritroviamo piante spontanee utili nell’agricoltura, nella veterinaria popolare, nell’artigianato popolare, nella pesca, nella preparazione di giocattoli vegetali.

Ma tutto ciò alla comunità etnea sembrava non bastare. Esse, infatti, per lunghi anni sono state considerate una vera panacea che guarisce da tutti i mali, così da essere ricercate anche per i poteri speciali, soprannaturali di cui si credeva fermamente fossero dotate. Questi antichi saperi erano in prevalenza di dominio dei più anziani, i quali si avvalevano spesso della conoscenza di antiche formule “magiche” (giaculatorie, scongiuri vari), messe in pratica attraverso particolari riti scaramantici, per ottenere, in alcuni casi, la guarigione da malattie del corpo come, per esempio, curare il mal di testa e i dolori articolari, risanare le ferite, far allontanare i vermi intestinali dai bambini (elmintiasi), per trarre sollievo dalle punture di insetti e di piante urticanti; per predire il futuro delle annate dei seminativi (frumento, orzo, mais) e di altri coltivi (vite, ulivo) che si auspicava, fosse sempre ricca e abbondante: finanche per scacciare i demoni e il malocchio dalle case e dalla persona.

Incuriosita da un grande proliferare di testimonianze da parte di informatori del comprensorio etneo (e oltre), sull’uso scaramantico di alcune specie, la dottoressa Elisa Coppola, esperta in Etnobotanica, ha indagato sull’argomento, pensando di discutere sul tema :“Piante selvatiche dell’Etna: miti, leggende e credenze popolari”.

Svariate specie selvatiche dell’Etna, sono state considerate “piante scaramantiche”, come per esempio, l’Erba di S. Giovanni, Hypericum perforatum, in gergo “Piricò”, una pianta selvatica sulle cui foglie e sui petali sono presenti numerosi organi ghiandolari che elaborano alcune sostanze oleose dalle proprietà medicinali. Tra le sostanza: flavonoidi (iperoside, iperforina, ipericina, pseudoipericina e melatonina). Nella medicina popolare la pianta trova, infatti, impieghi officinali, per uso esterno, come antinfiammatorio, cicatrizzante, lenitivo per le scottature e per le punture di insetti. Per risolvere i succitati problemi, bisogna preparare un macerato con olio extravergine di oliva addizionato ai fiori freschi della pianta, come tradizione popolare vuole, il giorno della festività di S. Giovanni, cioè, il 24 giugno.

Un’altra specie da medicamento è l’Assenzio arbustivo, Artemisia arborescens , in gergo conosciuta col nome “Erba janca” per la colorazione biancastra del suo fogliame. L’impiastro delle foglie fresche è impiegato, per uso esterno, sul viso, per l’eliminazione dei brufoli o per dar sollievo dalle scottature di lieve entità e per trovare sollievo dalle punture di insetti.

Anche la Nepitella, Calaminta nepeta, meglio conosciuta come “Nipitedda”, oltre che essere utilizzata come aromatica in cucina, si presta come medicamento d’occasione, anche per cicatrizzare le ferite superficiali.

La relatrice, vuol sottolineare come l’uso scaramantico e di primo soccorso che la massaia e il contadino riconoscevano in passato ad alcune piante, esenti dal rigore scientifico della Botanica e ancor più, nel caso nostro, della Farmacognosia, è piuttosto da ricercare nella sana e genuina esperienza dei più anziani i quali trasferivano ai posteri antichi saperi. La fitonimia dei nomi vernacolari assegnati dai contadini alle piante, quale oggetto della relazione in questione, è assai sobria e variegata e si può ricercare all’uso mirato di questa o di quell’altra pianta, ritenuta necessaria per risolvere alcuni problemi di salute.

Secondo la “teoria delle segnature” seguita da egiziani, cinesi, indiani, alchimisti medievali, fino alla teoria della segnatura di Paracelso, in riferimento alla morfologia di alcune parti di una specie in particolare (foglia, fiore), vi era un’evidente rassomiglianza con alcuni organi del corpo umano, per esempio, cuore, fegato, occhio, rene e altre associazioni ancora e che in virtù di ciò, fosse un’indicazione, un messaggio “mistico”, empirico, che il mondo vegetale volesse trasmettere all’uomo attraverso l’utilizzo di alcune parti di piante che potessero assicurare dei benefici per la guarigione.

I ricercatori di Etnobotanica etnea tentano di implementare e proseguire gli studi di questo grande ma fragile patrimonio culturale, fatto di antiche tradizioni popolari della nostra Isola, attraverso interviste dirette ai locali più anziani, affinché tali informazioni, di certo originali, vengano custodite e riscoperte per trovare efficaci sussidi alla farmacognosia moderna. Una commistio di antichi saperi, dunque, che coinvolge anche gli aspetti più intricati dello scibile umano.

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