Agata e Catania, un vulcano di fede

Nessuno, che non sia catanese, può comprendere il legame simbiotico tra Catania e la sua Santa Patrona: Agata, la Santuzza, la Picciridda.

Nessuno che non sia catanese può davvero sentire quell’energia che cova sotto il basolato nero che ricopre la piazza Duomo e le vie del centro e che cresce man mano che si avvicinano i giorni della Festa.

É un fiume di lava continuo quello che scorre sotto la città e dentro le vene dei catanesi, che attendono il ritorno di Agata, e che esplode come un vulcano in eruzione all’alba del 4 febbraio dentro la Cattedrale.

Un culto quello agatino che richiama a Catania più di un milione di persone all’anno e che fa di questa Festa la terza più importante al mondo, dopo quella del Corpus Domini in Perù e dopo quella della Settimana Santa a Siviglia.

Ma non è l’affluenza o la durata che rende unica questa Festa, bensì l’atmosfera di unione e condivisione di intenti e di fede che accomuna i cittadini, che diventano un unico corpo identitario, senza distinzione di ceto e di età. Un popolo che nel seguire la processione e nel porsi in continuazione quell’intercalare interrogativo, che ormai viene recitato come un mantra “Unni è a santa?”, si riconosce in sé stesso, si plasma e si distende tra le viuzze del centro, per raggiungere prima e meglio le postazioni privilegiate. Non senza far spazio a chi è accanto, a chi inciampa, a chi sorride e piange. Perché si sorride e si piange senza sosta. Ed è contagioso.

Foto ©Barbara Mileto

Carichi di quell’energia vulcanica i catanesi compiono gesti millenari, sventolano fazzoletti bianchi, corrono su per salite ripide e intonano canti di mistica tenerezza; trascorrono insieme le ore più piccole della notte, i loro visi illuminati dai fuochi colorati che esplodono nei cieli sopra la cupola della Cattedrale o del Borgo o del Fortino, si bruciano le dita con la cera mentre curano con assennato zelo lo stoppino dei loro pesanti voti ardenti, e sorridono e invocano, perché non c’è “santa chiù bedda d’idda…”.

E non si sente la fatica, il freddo, o il caldo (come quest’anno, inaspettatamente primaverile del giorno 4), non si sente nulla tranne quel “cittadini semu tutti devoti tutti” che accomuna e incanta. E rigenera. Un fiume di lava che non si spegne, da quasi duemila anni, come le candele che fiammeggiano nella notte. Un amore senza condizioni, come dovrebbe essere sempre. Che fa stringere, infine, tra le dita bianche l’inferriata di un cancello, ultimo avamposto del lungo saluto alla Santuzza, da cui è difficile e struggente accomiatarsi.

Ci sono cose che si spiegano con la scienza e sono vere e ci sono cose che sono vere anche se non le puoi spiegare. S.Agata vive sotto questo vulcano da quasi duemila anni, insieme a noi ed è una di noi. 

E questa cosa è vera.

Barbara Mileto

Barbara Mileto, nata a Catania il 6 maggio 1970, laureata in giurisprudenza, dopo dieci anni di professione di avvocato, decide di cambiare vita e dedicarsi all'Arte, in varie forme. Scrittrice, fotografa, fotoreporter, disegnatrice, si definisce una moderna storyteller, per la sua passione nel raccontare storie attraverso le parole e le immagini. Ha all'attivo due pubblicazioni ("Le rose di Gerico" e "Imperial290" Splēn Edizioni), tre sceneggiature, tra cui quella del docufilm "Sotto un altro vulcano" prodotto e realizzato da Identità insorgenti, il giornale online con il quale collabora, sulla Festa di S. Agata. Fotografa di scena segue eventi dedicati al teatro e in particolare alla musica classica. Di recente ha intrapreso un progetto di sensibilizzazione all'uso ragionato della parola attraverso una rubrica sull'etimologia, che pubblica su Instagram, e con un format di laboratori di scrittura intuitiva incentrati su esercizi di allenamento creativo con i quali scuotere e lasciar fluire la naturale capacità che ognuno di noi possiede di raccontare storie e quindi di scriverle.

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