Il fruscio del tempo a riposo

C’è una sponda d’accumulo in ogni luogo.

Nel paese di Trecatarri, dopo la Piazza delle Tre Bocce (già Piazza dei Coragni), e poco prima della Sala scura della Finzione e del Sogno, accade che le cose si sedimentano da sole. Ci saranno un fiume che non vediamo, una corrente in aria che spinge anche senza vento, o un’ansa buffa nella struttura del mondo che qui facilita il riposo.

Ci sono tre botteghe – come i tre-catarri, come le tre-bocce – in cui si può osservare questa inaspettata e imperfetta geometria di lascito.

Gano sistema televisori. Li riceve tutti, e poi sul retro, in un antro post-moderno, dove i fili e i cavi s’ingarbugliano come liane nella semioscurità della foresta pluviale, sperimenta ardite soluzioni di continuità di segnale. Ma è davanti, all’ingresso, che il fenomeno d’accumulo si manifesta nella sua cifra irrisolta. Schermi di dimensioni variabili, sovrapposti in pieghe e faglie di sovrascorrimento, confondono le unità di provenienza, rendendo però l’articolato sedime uno spettacolo tardo-antropologico da vetrina mondiale. Perché vetrina è! Perché passare attraverso i resti di plastica dell’antropocene, è un balzo incerto, forse avventuroso, anche stimolante. Chi passa, transita al di qua di un diorama geologico in sezione. Gano è il mago, che s’affaccia dal suo antro con l’espressione quasi assente per una sorta di fatica mentale, quell’essersi perso tra tubi catodici e schede minimaliste, tra canali da riprendere e visioni dimenticate. Ma s’accolla commesse e appunti, e poi d’un tratto è capace di scomparire, lasciandosi dietro solo un “torno subito”, coniato a biro. E così s’arrampica sui tetti a piantare antenne come bandiere, fare buchi nei muri per permettere all’etere di entrare e diventare tv. Chissà quando torna, Gano.

Cistella vende carta e filo, giornali e spagnolette, bottoni. E’ un’esposizione. Una terrazza dalla quale singolarmente si osserva e si indica la cosa complessa ed enorme. Il secondo cliente interessato sta dietro, cioè fuori dalla porta, cioè sul marciapiedi. Lo spazio dentro è saturo, come la valle occupata da un ghiacciaio quaternario, che si può solo osservare, senza attraversarlo, che non si è attrezzati, che non è roba da uomini in giacca e donne coi tacchi. E Cistella non è la guida, che potrebbe accompagnare i passi sui seracchi, tra mensili e quotidiani, e non declina nessuna pelosa responsabilità. Cistella è la padrona del ciclopico ghiacciaio di carta e filo e bottoni. Chiede, va, prende e porta indietro. Ma il suo vero lavoro non è questo. Lei di notte sta lì, e a piedi scalzi, frulla sulle creste del ghiacciaio, ne sposta un appoggio, ne aggiusta un altro, riduce i vuoti d’aria. Lo contiene. Così che l’indomani mattina, la terrazza singola è sempre uguale, ma la morfologia della bestia è mutata, “perché non bisogna mai fargli prendere la luce del Sole”.

Zino ha a che fare con le macchine da campo e da bosco. Quelle che segano e che tagliano, lui ne livella il suono, come un accordatore di strumenti. Zino cerca il decibel migliore, non il più gradasso, né quello più acuto. Armeggia, svita, smeriglia, lubrifica gli stenti, i grumi, gli attriti per arrivare all’armonia tra il fare della macchina e il sentire dell’uomo alla macchina. Orologi agricoli, quasi, alla fine, portatori di un battito d’armonia leggero e impensabile, se si guarda l’origine. Il laboratorio del destino sembra l’origine, cioè lo spazio di attività di Zino. E’ l’officina dove il dio della terra ha cercato di alleviarsi la sconfinata solitudine planetaria, materializzando proto-forme finali di un mondo meccanico in immaginazione, più che in evoluzione; dove le macchine tappezzano ogni centimetro, come esperimenti in itinere di un’idea machiavellica, o come l’ultimo tentativo di raddrizzo a catena, tra Lui e suo figlio di carne, e suo figlio e il figlio metallico di suo figlio.

E così, succede che in una tarda mattinata di fine agosto, a Trecatarri, due ragazzini in bicicletta pedalano disordinatamente su quella striscia d’asfalto, che va dalla Piazza delle Tre Bocce verso la Sala scura della Finzione e del Sogno. Uno è magro, sta davanti e ha l’aria di sfidare il mondo e provincia. L’altro mangia molti gelati e sembra invece che non gliene importi nulla sia del mondo che della sua provincia. Il Secco guarda e va oltre il diorama di Gano, è già da Cistella, quando L’altro invece trova interessante il groviglio dietro la vetrata di Gano.

“Merda…“

Il Secco è tornato indietro. “Già, merda”

“Intendo, che cosa pazzesca!”, fa L’altro. “Quando sarò grande, so cosa fare”

“Che cazzo dici? Farai l’aggiustacosi, televisori?”

“Non ho detto questo. Farò quello che ho già visto nel giro prima, da Cistella e da Zino, e ora qui, da Gano”. L’altro guarda il Secco come non l’aveva mai guardato prima.

“…”, il Secco beve l’aria, per sete di sapere improvvisa.

In quel momento, Gano sbuca fori e, rapido, mette il foglio “Torno subito”. Dice a voce alta ai due ragazzini, che avevano osservato dentro: “E’ una strana storia di quartiere, qui tutto si accumula…”. E sorride.

Allontanandosi, si volta come fosse un richiamo. Vede due uomini, non più due ragazzini, che discutono, e gli pare qualcosa come l’eterna partita tra la pulita strafottenza e il contorto bisogno di conservazione. Dalla sua mente in perenne stanchezza, gli sale un’improvvisa necessità: quella di non tornare subito.

Compie un giro su sé stesso e cambia passo. Andrà a prendere Cistella e poi Zino. Ha una voglia inspiegabile di diventare le cose che lo rappresentano, almeno per un’ora, e convincere di questa necessità Cistella e Zino. Ha voglia di chiudere tutto, fermarsi e scendere, e per un’ora, che il tempo degli altri continui a essere uguale a sempre. Ma quello loro, suo, di Cistella e di Zino, no. Che per un’ora, la vita abbia la forma del tempo a riposo, come il diorama, il ghiacciaio e l’officina del dio della terra. O come loro tre, che, adesso, all’ombra della calura sotto le fronde fruscianti di un faggio, depositario di un tempo lungo tre secoli, si stendono e riposano, e nel sonno si accavallano, come un accumulo inevitabile e prodigioso.

(Grazie a Maria Angela Gulisano, per una frase precisa, che mancava)

In apertura:
Faggio – foto di © Gian Maria Musarra

Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli è del ’64, geologo, giornalista pubblicista, interprete naturalistico, vive sull’Etna. Ha pubblicato i racconti “Dall’ulivo alla luna” (Prova d’Autore, 1996) e “Rua di Mezzo sessantasei” (Il Filo, 2008), i romanzi “Aspettando la prima neve” (Rune, 2009), “Dietro a una piuma bianca” (Puntoacapo, 2010), “Sul bordo” (Puntoacapo, 2013), “Come la terra” (Villaggio Maori, 2015, che ha partecipato a MontagnaLibri 2016 del Trento Film Festival). Ha scritto i testi di “MicroNaturArt – voci dal microcosmo” (Arianna, 2014), esperimento letterario di fotografia scientifica; i racconti di “Ventiquattr’ore – fotografie di finestre e parole intorno” (Puntoacapo, 2016), i cui scatti sono di Lino Cirrincione; e, assieme al vulcanologo Salvo Caffo, “Etna patrimonio dell’umanità, manuale raccontato di vulcanologia e itinerari” (Giuseppe Maimone Editore, 2016), con le illustrazioni di Riccardo La Spina. Ha scritto i testi dei film corti “La corsa mia” e “Idda”, e i monologhi “Questa storia” e “Il gioco infinito”, visibili entrambi su YouTube. Sul portale web Etnalife, scrive racconti etnei per la rubrica letteraria “Storie dell’altro mondo”. “La piuma bianca” è il suo blog sul magazine online SicilyMag. L’esperimento nuovo è “Le colate raccontate” – vulcanologia storica dell’Etna e narrativa surreale insieme, tra esattezza scientifica e finzione letteraria in racconti –, portato in scena col vulcanologo Stefano Branca e il giornalista Gaetano Perricone.

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