Gestione del territorio etneo: intervista al geologo Giuseppe Filetti, ex dirigente al Genio Civile

L’ambiente è l’orizzonte che tiene in scena la vita, declinata in tutte le sue forme e caratteristiche. Il territorio ne è la porzione delimitata, a grande scala, su cui viviamo e operiamo. Ci chiediamo se sia stato sempre così, l’andazzo procedurale d’intervento sul territorio. Come ci si approcciava venti o solo dieci anni fa? Quanta cura avevamo del nostro territorio in relazione alle opere che realizzavamo?

Adesso, che il primo quarto di secolo nuovo sta finendo, abbiamo voluto fare a Giuseppe Filetti, geologo da poco in pensione, già dirigente dal 1989 al Genio Civile di Catania, alcune domande sulla gestione del territorio etneo, su quello che è stato fatto e quello che dovrebbe esser pronto nel prossimo futuro, anche nella realtà dell’attuale riscaldamento globale ambientale, che si declina sul territorio con episodi meteorologici di grande energia in tempi ristretti.

Lo incontriamo in un caffè di Acireale, sua città d’origine, in un lento pomeriggio d’autunno inoltrato. Arriva col suo passo e aspetto giovanili, che tuttavia sono stati il volto della sua integrità e serietà professionale. Sappiamo della sua fama di professore, ossia l’uomo che faceva sermoni e metteva veti con una certa frequenza.

Secondo lei, ci vuole coraggio a fare il geologo oggi?

“Il geologo che ha un ruolo sociale, come l’ha avuto il sottoscritto per trentacinque anni in un ufficio pubblico, mostra per forza due caratteristiche: la competenza e la personalità. Mentre la prima è imparata e fa parte del bagaglio tecnico-scientifico, la seconda contempla le qualità umane, in cui c’è anche il coraggio delle scelte da compiersi quando occorre farlo. Ecco che si può diventare personaggi scomodi, non negoziabili, intransigenti.

Mi spiego meglio con un esempio. Se si presenta un progetto edilizio, in cui parte dei fabbricati insistono nell’area di azione di un’evidente FAC (faglia attiva e capace, che s’intende una faglia capace di fratturare e deformare la superficie topografica sia in condizioni sismiche che asismiche), anche se il PRG (il piano regolatore generale del Comune di pertinenza) non la riporta ancora, non si può ignorare la natura e far finta che la FAC non esista. Perché se si consentisse l’edificabilità nell’area di risentimento della faglia, verrebbe meno la garanzia sociale che fa parte del ruolo del geologo al servizio pubblico. Potrebbe succedere che il cittadino acquirente, impegnato in un mutuo bancario, si ritroverebbe la casa acquistata con fatica (possibilmente anche i risparmi di una vita) sull’area di risentimento della faglia, con tutto ciò che questo comporta in termini di rischio sismico e decadimento verticale del suo valore di mercato”.

Dottore Filetti, cosa è stato fatto di buono, negli anni in cui lei ha operato, rispetto a prima?

“Lo dico subito: la geologia applicata alla pianificazione territoriale, cosa che prima dell’ingresso dei geologi al Genio Civile non esisteva. Negli anni antecedenti al 1989, la gestione del territorio era affidata solo a geometri e ingegneri. La grande rivoluzione, con l’introduzione nel Genio Civile della figura del geologo, è stata la cura della prevenzione dei rischi sismici e idrogeologici, ossia i compiti istituzionali fondamentali dell’Ente Pubblico. Il provvedimento più importante, in tempi in cui la bibliografia e la conoscenza del fenomeno sismotettonico erano alquanto deficitarie, è stata l’introduzione, negli strumenti urbanistici, dell’area di inedificabilità, a cavallo delle fasce di disturbo tettonico da FAC.

Tuttavia, se la normativa sismica è stata applicata nel migliore dei modi, anche perché avevamo una legge quadro che risaliva al 1974 (legge 64/74), non avevamo, trent’anni fa, strumenti di legge sufficienti per contrastare bene il mostro della nostra epoca: l’eccessiva impermeabilizzazione dei suoli. Fino all’inizio del decennio scorso, non c’era una normativa organica che sancisse il fondamentale principio del rispetto dell’invarianza idraulica e idrologica, ossia l’obbligo di evitare che l’urbanizzazione riducesse la capacità di assorbimento delle acque meteoriche da parte del suolo. Le conseguenze sono, da diversi decenni, sotto gli occhi di tutti: inconsulti allagamenti (anche per piogge non eccezionali), esondazioni di torrenti e strade stesse che diventano torrenti come unica via di scorrimento delle acque, con rischi enormi per la vita delle persone e danni contingenti al territorio stesso, sia abitato che coltivato”.

Giuseppe Filetti è un uomo appassionato della propria professione, che si accalora ancora come fosse un ragazzo. Si muove sulla sedia del tavolino con l’ardore della voglia di dire un’ultima cosa, di certa importanza.

Cosa occorrerebbe fare, secondo lei, per il prossimo futuro?

“Ecco, è questo il punto, in aggiunta ad altri problemi di diversa natura. Il Genio Civile è adesso diventato Ufficio Regionale, e i pensionati della mia generazione non vengono sostituiti dai giovani geologi. Pertanto si sta tornando indietro, con la colpa grave di creare un vulnus di conoscenza incolmabile. Il nostro back ground acquisito non può più essere trasmesso a chi verrà dopo di noi, perché di fatto noi siamo già fuori. Eravamo in dodici, ora sono rimasti in due.

Al futuro servono uomini e donne qualificati e capaci nella pubblica amministrazione, per fronteggiare l’emergenza attuale soprattutto degli eccessi pluviometrici, che si può contrastare soltanto col far diventare spugne le città. Ogni spazio libero, specie nel territorio vulcanico etneo, oggi deve diventare spazio assorbente, altrimenti i danni saranno peggiori di quelli che abbiamo visto negli ultimi tempi”.

L’ultimo sorso di caffè che beviamo è amaro.

La conclusione è che il sapere scientifico, come quasi sempre avviene, non è compreso dalla politica, in questo caso regionale, spesso ignorante, alla quale non interessa la tutela del territorio (vedi l’abbandono dei Parchi e Aree Protette Regionali), non interessa il controllo del territorio (vedi la spoliazione del Corpo Forestale Regionale) e non interessa nemmeno la gestione corretta e responsabile del territorio (vedi anche lo stato del Genio Civile oggi ufficio regionale).

Se al momento, anche all’opposizione, non ci sono personaggi politici ispirati, non è perché non ne esistano. La speranza è che quelli qualificati e capaci vengano presi dal senso di responsabilità sociale, e da quel sentimento immortale che si chiama coraggio. E noi cittadini elettori dobbiamo esser pronti a riconoscerli e dar loro fiducia.

Sergio Mangiameli è del ’64, geologo, giornalista pubblicista, interprete naturalistico, vive sull’Etna. Ha pubblicato i racconti “Dall’ulivo alla luna” (Prova d’Autore, 1996) e “Rua di Mezzo sessantasei” (Il Filo, 2008), i romanzi “Aspettando la prima neve” (Rune, 2009), “Dietro a una piuma bianca” (Puntoacapo, 2010), “Sul bordo” (Puntoacapo, 2013), “Come la terra” (Villaggio Maori, 2015, che ha partecipato a MontagnaLibri 2016 del Trento Film Festival), “Quasi inverno” (A&B Editrice, 2018), "La nevicata perfetta" (A&B Editrice, 2020). Ha scritto i testi di “MicroNaturArt – voci dal microcosmo” (Arianna, 2014), esperimento letterario di fotografia scientifica; i racconti di “Ventiquattr’ore – fotografie di finestre e parole intorno” (Puntoacapo, 2016), i cui scatti sono di Lino Cirrincione; e, assieme al vulcanologo Salvo Caffo, “Etna patrimonio dell’umanità, manuale raccontato di vulcanologia e itinerari” (Giuseppe Maimone Editore, 2016), con le illustrazioni di Riccardo La Spina. Ha scritto i testi dei film corti “La corsa mia” e “Idda”, e i monologhi “Questa storia” e “Il gioco infinito”, visibili entrambi su YouTube. Sul portale web Etnalife, scrive racconti etnei per la rubrica letteraria “Storie dell’altro mondo”. “La piuma bianca” è il suo blog sul magazine online SicilyMag. L’esperimento nuovo è “Le colate raccontate” – vulcanologia storica dell’Etna e narrativa surreale insieme, tra esattezza scientifica e finzione letteraria in racconti –, portato in scena col vulcanologo Stefano Branca.
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