L’Etna è di nuovo in attività. Nulla di nuovo, verrebbe da dire.
Eppure, ogni eruzione sembra riportarci sempre allo stesso punto: non tanto davanti al vulcano, quanto davanti a noi stessi, al nostro modo di gestire il rischio, la conoscenza e la libertà.
Nei giorni scorsi, mentre i fronti lavici si arrestavano e iniziavano a raffreddarsi e il peggioramento delle condizioni meteo rendeva l’ambiente naturalmente meno accessibile, è esplosa una polemica che ha poco a che fare con la lava e molto con le ordinanze.
Una voce personale, dal cuore del vulcano

A innescarla è stata una riflessione pubblica di Boris Behncke, vulcanologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Osservatorio Etneo, scritta — come lui stesso ha precisato — non in veste istituzionale, ma personale.
Un testo diretto, emotivo, per certi versi ruvido, che ha definito l’eruzione in corso come una delle più innocue degli ultimi anni e ha criticato apertamente le restrizioni imposte alla fruizione della montagna.
Parole che non parlano solo di rischio vulcanico, ma di qualcosa di più profondo: la sensazione che, ancora una volta, la risposta delle istituzioni sia stata guidata più dalla paura di assumersi responsabilità che da una valutazione proporzionata del contesto reale.
Secondo Behncke, il risultato è concreto e misurabile: persone che rinunciano a visitare l’Etna, un territorio che perde vitalità, una montagna trasformata da luogo di conoscenza, esplorazione e relazione a spazio interdetto.
La risposta dell’INGV
Alle dichiarazioni del ricercatore ha fatto seguito un comunicato ufficiale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), netto nei toni e chiaro nelle intenzioni.
L’INGV ha preso le distanze dalle affermazioni di Behncke, sottolineando che esse sono state rilasciate a titolo personale e ribadendo che le ordinanze sono il risultato di una complessa valutazione che coinvolge sindaci, Protezione Civile e Prefettura, sulla base delle informazioni scientifiche fornite dall’Osservatorio Etneo.
Il comunicato riafferma il ruolo dell’INGV come ente tecnico e dichiara il pieno allineamento dell’Istituto con gli altri enti coinvolti nella gestione dell’emergenza, sottolineando l’importanza e l’essenzialità delle misure adottate.
Due piani diversi, una frattura evidente
Due voci, dunque. Entrambe legittime. Ma profondamente diverse.
Da un lato, la voce di chi vive il vulcano sul campo, ne osserva i dettagli, ne conosce i tempi, le pause e le sfumature, e sente il bisogno di difendere anche una dimensione culturale e umana dell’Etna: quella della libertà di avvicinarsi, comprendere, esplorare con consapevolezza.
Dall’altro, la voce di un’istituzione che non può permettersi ambiguità, divisioni o letture personali quando in gioco ci sono sicurezza pubblica, responsabilità legali e gestione formale del rischio.
Il conflitto non è tanto su “quanto fosse pericolosa” questa eruzione, quanto su chi può dirlo pubblicamente e in che modo.
Il vero nodo: cosa perdiamo?
Il punto non è stabilire chi abbia ragione.
Il punto è chiedersi cosa perdiamo quando il dibattito si chiude troppo in fretta.
Un’eruzione come questa, relativamente tranquilla, avrebbe potuto rappresentare un’occasione per sperimentare modelli di gestione più maturi, più intelligenti, più proporzionati, capaci di tenere insieme sicurezza e conoscenza, tutela e fruizione.
Se invece resterà solo l’ennesimo episodio archiviato come “emergenza gestita”, allora il rischio è quello evocato da Behncke: un lutto silenzioso. Non per una vittima della lava, ma per qualcosa di più sottile e duraturo — la perdita della capacità di convivere con il vulcano senza averne costantemente paura.
La visione di Etnalife
Nelle parole di Boris Behncke c’è la voce di chi l’Etna la conosce davvero, la frequenta, la osserva quotidianamente e avverte la responsabilità di parlarne anche quando farlo diventa scomodo.
Affermare che questa eruzione sia stata, nei fatti, poco pericolosa non significa essere irresponsabili. Significa chiedere proporzione, lucidità, capacità di distinguere tra rischio reale e rischio percepito. Significa rifiutare un approccio che, per timore di assumersi responsabilità, finisce per chiudere tutto e tutti fuori, impoverendo il territorio e il rapporto con la nostra montagna.
La presa di distanza dell’INGV è comprensibile sul piano formale e istituzionale. Ma non può né deve cancellare il valore di una riflessione che tocca un nodo cruciale: il rischio di trasformare la sicurezza in un alibi e l’emergenza in una modalità permanente di gestione dell’Etna.
L’Etna non è solo un problema da contenere. È un luogo da comprendere, vivere e rispettare. E quando una voce competente lo ricorda con passione e onestà intellettuale, merita ascolto, non isolamento.
