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Sugghiata #38: La vita leggera

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Adesso che quassù continua a nevicare, vi dico io cos’è la vita. È come andare sulla neve: la maggiore impronta frena. Bisogna esser leggeri e usare appoggi ridotti, punte quasi. La perfezione sarebbe il volo, che non lascia traccia, che se ne frega della neve.
Per non faticare sulla neve, io scelgo anche il tempo più adatto, che è all’inizio o alla fine della giornata, quando si apre e quando si chiude la luce: sul bordo della notte, dove il manto si compatta e andare avanti diventa facile, ancora più leggero, sotto tagli di ombre lunghe e colori da brivido. Ma devo stare attento per non scivolare e cadere, qui, sul limite che mi sono cercato.

E proprio qui, sulla linea di confine, mi affaccio ogni volta su tutti i me stessi, e mi vedo nelle complicate, contraddittorie, vigliacche, audaci versioni del Sugghiu. Penso a certi sugghi di montagna, che ho conosciuto su, che nei loro gesti ripetitivi come preghiere quotidiane, spendono respiri circoscritti, precisi, che alla fine del giorno combaciano esattamente come ventiquattr’ore prima, quarant’otto, o un anno prima. E mi viene da accarezzarli, questi sugghi che non fremono per nient’altro, che dormono soavi tutte le notti, che hanno il cuore diesel, che parlano poco, pensano poco, ridono poco, e forse non piangono più. Mi viene di voler esser come loro: in pace.

Ma per quanto mi sforzi, non ci sono mai riuscito del tutto. Ho bisogno di strizzarmi per cercare di capire, e mi prendo l’anima a morsi, dilanio il tempo alle spalle, che cambia veloce i miei amori e li trasforma a mia insaputa. Ho necessità di usarmi ogni volta, all’alba o al tramonto, nelle cento facce che fanno il mio volto, per andare avanti su questa neve, che è la mia vita. E con assurda attenzione, proprio per non cadere, misurarmi nell’interpretazione lucida di una parte solo concessa dall’Inverno.


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